Per necessità, non per virtù

Il messaggio di un amico corso, Toni Casalonga, che citava una frase di Kropotkin, filosofo, zoologo e anarchico russo, sul mutuo appoggio come fattore fondamentale dell’evoluzione, è stato per me  lo spunto per scrivere una riflessione sul nucleo centrale del pensiero del filosofo russo  che, nel suo libro intitolato per l’appunto “Il mutuo appoggio”, dopo aver analizzato le forme di solidarietà istintuali esistenti nelle diverse specie animali, accomuna ad esse anche quella che ha fatto vivere gli uomini in gruppi solidali sempre più organizzati a prescindere dai buoni sentimenti.

Trascrivo letteralmente il passo in cui ne parla Kropotkin.

“Non è sull’amore, e nemmeno sulla simpatia, che si basa la società, bensì sulla coscienza della solidarietà umana, fosse anche solo allo stato di istinto. Essa si basa sul riconoscimento inconscio della forza che dà a ciascuno la pratica del mutuo appoggio, della stretta dipendenza della felicità di ciascuno dalla felicità di tutti, e del senso di giustizia o di equità che porta l’individuo a considerare i diritti di ogni altro individuo come uguali ai propri. Su questa larga e necessaria base si sviluppano i sentimenti morali superiori”.[1]

Proviamo ad analizzarlo per assunti. “Non è sull’amore, e nemmeno sulla simpatia, che si basa la società, bensì sulla coscienza della solidarietà umana, fosse anche solo allo stato di istinto”. Ecco che, quella che è l’accusa che spesso sia i naturalisti che i sostenitori dello scontro sociale rivolgono ai pensatori progressisti, cioè quella di parlare sempre e soltanto di presunti buoni sentimenti che muoverebbero gli uomini a solidarizzare tra di loro, viene da Kropotkin completamente ribaltata: è vero, dice il filosofo, amore e simpatia  non c’entrano con il desiderio di stare insieme, ma è la necessità istintuale che spinge gli uomini a farlo, perché è il modo migliore di tutelare i propri interessi. Se mai essi vengono dopo, suscitati dal beneficio che deriva loro da questo stare insieme.

È così che sono nate le varie forme di aggregazione sociale nei secoli, a partire dalle società tribali in poi. Ed esempi illustri basati sul principio del mutuo appoggio sono stati nel Medioevo i comuni italiani e le libere città anseatiche tedesche[2], due pallini di Kropotkin. Non è che si amassero i fiorentini (ne sa qualcosa Dante…) o gli abitanti di Lubecca, ma per tutelare i propri interessi ogni gruppo sociale accettava l’organizzazione comunitaria e vi svolgeva il suo ruolo. E queste comunità hanno funzionato finché c’è stato un interesse da parte dei singoli gruppi a tenere in piedi il contesto, appena esso è venuto meno sono venuti meno anche l’equilibrio tra le parti e la coesione sociale, aprendo la strada a forme autocratiche di esercizio del potere,.

Passiamo al secondo assunto. “Essa si basa sul riconoscimento inconscio della forza che dà a ciascuno la pratica del mutuo appoggio, della stretta dipendenza della felicità di ciascuno dalla felicità di tutti, e del senso di giustizia o di equità che porta l’individuo a considerare i diritti di ogni altro individuo come uguali ai propri”. Ancora i Comuni e le Città Anseatiche ne sono un esempio. Quando sono stati capaci di stare solidaristicamente insieme, i primi sono riusciti a sconfiggere a Legnano (1176) l’imperatore Federico Barbarossa e a ottenere da lui l’autonomia amministrativa e il diritto di imporre tasse, di battere moneta e di amministrare la giustizia, le seconde a sconfiggere il re di Danimarca Valdemaro IV (1367) e a ottenere da lui nuovi privilegi con il trattato di Stralsund che sancì per tutto il XV secolo il loro predominio politico-commerciale nel Nord Europa.

Ma se veniamo all’epoca contemporanea, due sono soprattutto le forme di mutualismo che “si basano sul riconoscimento inconscio della forza che dà a ciascuno la pratica del mutuo appoggio”: le organizzazioni sindacali e i partiti politici. Coloro che aderiscono ad essi, lo fanno innanzitutto non perché pensano di cambiare i rapporti di produzione o il governo dello stato, ma perché si sentono in questo modo tutelati nella reciprocità, perché loro hanno bisogno degli altri e gli altri hanno bisogno di loro per ottenere insieme, comunitariamente, dei vantaggi economici e sociali. E quando qualcuno di loro è in difficoltà sono pronti ad aiutarlo, perché sanno che egli farebbe lo stesso nei loro confronti.

Per quel che riguarda il sindacato c’è un bell’episodio di lotta sindacale che rende bene l’idea di questa solidarietà reciproca[3]. Siamo ai primi del Novecento, esattamente nel 1902. I muratori fiorentini sono in sciopero per ottenere l’aumento di una paga che è da fame. Gli impresari non vogliono concedere l’aumento e allora i muratori continuano lo sciopero ad oltranza. Un braccio di ferro che va avanti per dei mesi. È miseria nera per i muratori e le loro famiglie, ma riescono a resistere, a non abbandonare la lotta, perché le altre categorie di lavoratori della zona si autotassano per sostenerli. Alla fine i padroni devono cedere e i muratori vincono la loro lotta grazie alla solidarietà delle altre categorie di lavoratori. E da cosa deriva questa solidarietà? Dal fatto che questi altri lavoratori sanno che i muratori farebbero la stessa cosa nei loro confronti.

Ma questo vale anche per i partiti politici: nascono con l’obiettivo di tutelare gli interessi specifici di fasce di popolazione che o vogliono acquisire diritti che non hanno o vogliono difendere privilegi che già hanno. E, dal momento che nascono in un’epoca in cui i privilegiati sono una fascia ristretta di popolazione, ovviamente sono più forti e partecipati quei partiti che rappresentano larghi strati di popolazione che, man mano che si emancipa da una condizione di subalternità, vuole riconosciuti i suoi diritti. È un processo lento, ostacolato dalle élite di potere e da certi stereotipi che fanno preferire a molti diseredati i “padroni” ai loro compagni di classe sociale, ma inarrestabile, che ai primi del Novecento, dopo una fase di clandestinità dei promotori e dei primi adepti, si concretizza nel pieno riconoscimento di queste organizzazioni e del loro diritto a partecipare alle competizioni elettorali dei paesi con governi liberali. Diritto che coincide con il riconoscimento del suffragio universale maschile (in Italia nel 1913) che consente a questi partiti di diventare immediatamente le forze politiche più rappresentate nei parlamenti. Ma l’affermazione di questi partiti, come del resto quella dei sindacati, non si limita al lievitare del numero degli iscritti e di chi comunque guarda con fiducia a loro: si traduce anche in una rete territoriale di sedi e di attività che diventano un punto di riferimento per le popolazioni e ne stimolano il desiderio di partecipazione. Molti cominciano a pensare che le strategie individuali raggiungano l’obiettivo dell’emancipazione se non addirittura della ricchezza soltanto in casi eccezionali (emblematico il percorso che racconta Giovanni Verga con il personaggio Mazzarò nella sua novella “La roba”[4]) e che quindi mettersi insieme dia maggiori garanzie di successo, che non sarà quello di diventare ricchi, ma di avere un futuro migliore di lavoro e di benessere per sé e per la propria famiglia.

Questo processo di aggregazione che si basa “sulla coscienza della solidarietà umana, fosse anche solo allo stato di istinto” è anche alla base della teoria del “materialismo storico” marxiano che nel lungo percorso della sua affermazione in mezzo alle innumerevoli ipotesi di pensiero socialista ottocentesco lotta in continuazione contro le idee puramente umanistiche se non addirittura di ascendenza religiosa che caratterizzano il dibattito della cosiddetta Sinistra. Marx, che molti conoscono soltanto come pensatore e icona di esperienze di dittatura comunista che magari hanno poco a che fare con il suo pensiero, è stato anche, e in una certa fase soprattutto, un agitatore politico che si è battuto in riunioni interminabili e fumose contro tutte le tendenze socialiste che volevano portare avanti la lotta del proletariato in nome dei buoni sentimenti. E l’esperienza della prima internazionale dei lavoratori[5] si conclude con il suo trasferimento negli Stati Uniti su suggerimento incalzante di Engels proprio perché la militanza che vi dedicava Marx lo distoglieva, secondo l’amico e sodale, dalla stesura del Capitale che doveva essere il libro cardine della teoria del materialismo storico, assolutamente necessario per aprire gli occhi a tutto il proletariato internazionale.

Secondo Marx, ciò che nasce dall’aggregazione “necessaria”, “istintuale”, dei lavoratori è la coscienza di classe proletaria che non è un buon sentimento, ma una consapevolezza razionale che trasforma la lotta della loro coalizione da resistenza nei confronti del capitale in movimento politico per capovolgere l’ordine sociale e conquistare il potere. E lo spiega chiaramente già nel 1847 ne “La miseria della filosofia”. Se il primo scopo della resistenza era solo il mantenimento dei salari, a misura che i capitalisti si uniscono a loro volta in un proposito di repressione, le coalizioni, dapprima isolate, si costituiscono in gruppi e, di fronte al capitale sempre unito, il mantenimento dell’associazione diviene per gli operai più necessario ancora di quello del salario. Ciò è talmente vero, che gli economisti inglesi rimangono stupiti vedendo come gli operai sacrifichino una buona parte del salario a favore di associazioni che, agli occhi di questi economisti, erano state istituite solo a favore del salario. In questa lotta – vera guerra civile – si riuniscono e si sviluppano tutti gli elementi necessari a una battaglia imminente. Una volta giunta a questo punto, l’associazione acquista un carattere politico”[6]

La storia dei partiti socialisti che nascono dal pensiero di Marx è caratterizzata da questa progressiva trasformazione della primitiva “necessità istintuale” di stare insieme in un’opzione politica affinché lo stare insieme diventi misura della convivenza dei popoli e “della stretta dipendenza della felicità di ciascuno dalla felicità di tutti, e del senso di giustizia o di equità che porta l’individuo a considerare i diritti di ogni altro individuo come uguali ai propri”. E qui sta proprio l’errore che ne ha caratterizzato l’azione politica: da un lato il marxismo-leninismo[7] con la sua “esportazione/imposizione” della coscienza di classe a masse di lavoratori che ancora non avevano ben chiara la necessità di stare insieme; dall’altro il percorso dei vari partiti socialisti, perennemente sospesi tra rivoluzione e azione riformista e spesso dilaniati dallo scontro continuo e sfibrante tra i sostenitori dell’una o dell’altra,

Il fallimento sia della prima che della seconda opzione è, secondo noi, legato al fatto di aver dimenticato di tenere concretamente insieme nella propria azione politica sia la necessità istintuale che la sua successiva evoluzione e di non essere stati capaci a garantire quella felicità (Il sol dell’avvenire) e quel senso di giustizia e di equità che avevano promesso. Non si spiegherebbe altrimenti la disaffezione di larghe fasce di diseredati da quei principi di emancipazione che sono stati la bandiera dei partiti socialisti e poi di quelli comunisti successivamente alla Rivoluzione di ottobre. L’ansia della conquista del potere sia democraticamente che tramite rivoluzioni cruente ha consolidato delle élite che hanno pensato più alla propria autoconservazione che a sviluppare concretamente le idee che avevano propugnato da agitatori politici fino a trasformarsi in nomenclature impermeabili ad ogni cambiamento. E se forse la battaglia contro il “veleno” del consumo era persa in partenza, tutti costoro, anziché provare ad opporsi alla sua egemonia, hanno creduto presuntuosamente di poterlo governare e hanno finito per esserne inglobati diventando spesso più realisti del re. Sono rimaste poche nicchie a portare avanti la lotta e la maggior parte di esse fanno riferimento più all’esperienza cristiana di base o a quella ambientalista che non alle dottrine socialiste.

Disillusa da chi prometteva ad essa un mondo migliore senza mai realizzarlo,  oggi la stragrande maggioranza degli esseri umani delle società sviluppate non crede più alla necessità dell’aiuto reciproco per emanciparsi, ma vuole affermarsi singolarmente, indifferente alla felicità collettiva e alla giustizia e all’equità. Vuole la felicità individuale e la identifica soltanto nella ricchezza e nella possibilità di godere materialmente dei beni che essa può garantire. E, se questo è soprattutto il frutto del battage ossessivo iniziato negli anni ’80 sulla possibilità dell’affermazione individuale per chiunque abbia il coraggio di “rischiare”, è anche la conseguenza del venir meno di una proposta seria di solidarietà sociale da parte dei partiti della Sinistra e della progressiva perdita di qualità dei quadri politici che avrebbero dovuto portarla avanti. Ma questa sindrome individualistica – che ha contagiato anche chi nella Sinistra aspirava soprattutto ad andare a governare – si è diffusa come un’epidemia e, nonostante i numerosi insuccessi,  molti si sono convinti che si possa fare tutto senza bisogno degli altri, anzi, gli altri sono degli antagonisti, un ostacolo alla loro affermazione personale. Con loro tutt’al più ci si può parlare sui social e farlo senza inibizioni, scaricando nei propri messaggi tutte le frustrazioni e il livore sociale accumulato. Altri che lì ci sono tutti, dalla gente comune ai vip, gli uomini politici, i cantanti, le soubrette, gli attori, e li si può lodare o insultare, così come si farebbe nel consesso di quartiere o di paese con le persone in carne ed ossa. Dico si farebbe, perché non si fa più, non c’è tempo per farlo e forse non c’è ragione. Invece sui social si partecipa ai loro eventi, da casa, ai loro successi, da casa, alla loro intimità, da casa, in un delirio onanistico inarrestabile in cui il follower, nome terribile e servile, diventa protagonista del nulla, un voyeur autorizzato a farsi gli affari degli altri che invece su di lui fanno affari, ma quelli veri. Eppure, questi intrepidi navigatori della rete pensano di aver abbattuto così le barriere sociali, di essere finalmente entrati anche loro nei salotti buoni e di dare del tu a “lorsignori” (ma i padroni del vapore non ci sono sui social!)

Ecco, allora, che in un’umanità inchiodata a questi rituali sul computer o sul telefonino “la coscienza della solidarietà umana, fosse anche solo allo stato di istinto” è assolutamente inibita, prosciugata, e l’utente schiavo della rete – detta, ironia della sorte, social – è l’individuo più asociale che ci sia nel senso classico del termine – per la lontananza fisica e il dialogo virtuale – assolutamente refrattario a ogni forma di aggregazione sociale tradizionale che preveda azione congiunta in presenza. Oggi, appena in un consesso fisico di persone che sembrano condividere le stesse idee si introducono termini come “organizzazione”, “impegno”, “assunzione di responsabilità”, “gratuità”, la gente immediatamente se la squaglia, perché non vuole nessun tipo di vincolo, come sui social. Esserci, magari, ma contemporaneamente non esserci. Apprezzare l’idea, ma non spendere una goccia di sudore per essa.

Com’è possibile, dunque, che si verifichi l’ultimo assunto del brano di Kropotkin, “Su questa larga e necessaria base si sviluppano i sentimenti morali superiori”, se appunto è venuta meno quell’ampia e necessaria base istintuale sulla quale si dovrebbero sviluppare quei sentimenti umani superiori che Kropotkin, nella sua analisi politica, individua nel senso condiviso della giustizia e nella morale sociale? Eppure la situazione economica e sociale sta sempre più precipitando e anche nei paesi cosiddetti sviluppati il numero di coloro che sono sotto la soglia della povertà sta crescendo a dismisura. E la crisi energetica legata alla guerra russo-ucraina peggiorerà ulteriormente la loro condizione e ne spingerà altri nello stesso baratro, quello della fame e del freddo. Com’è possibile che non rinasca in mezzo a questa gente il bisogno di stare insieme e di lottare per ottenere quella porzione di felicità che spetta a tutti gli esseri umani come un diritto naturale? Naturale ma da conquistare, non è la manna che cade dal cielo.

Ci saranno ancora rivolte del pane come un tempo? O jacqueries nelle campagne dilaniate dalla siccità e dai nubifragi? O occupazioni di fabbriche che non ci sono più? Tutto avverrà spontaneamente per rabbia e per disperazione? No, non si deve ripetere tutto questo. Non dobbiamo pagare ancora con il nostro sangue di poveri le ingiustizie che altri hanno determinato. Dobbiamo ricominciare a parlarci, a costruire insieme momenti di aggregazione che siano in grado di rivendicare i diritti oggigiorno calpestati nonostante innumerevoli carte e dichiarazioni li abbiano affermati e continuino a farlo. Bisogna dare sostanza alle parole, a cui devono poi corrispondere i fatti come nella tradizione della migliore politica. Basta con le baruffe chiozzotte dei tanti politicanti imbonitori e opulenti! Bisogna tornare ad aiutarci a vicenda per “necessità istintuale”, perché ormai per larghi strati sociali si tratta di vera e propria sopravvivenza. Bisogna imparare ancora a lottare e a farlo in modo nuovo, pacifico non violento. Guai indulgere alla violenza, la loro repressione verrebbe definita “difesa della democrazia”, anche se magari nelle prossime elezioni voterà soltanto il 40% degli aventi diritto.

A questo punto “lorsignori” non sanno più cosa fare, non hanno una progettualità per il mondo che non sia quella di continuare a sfruttarlo fino all’esaurimento. Tocca a noi proporre un’alternativa, che limiti l’impatto ambientale (ripeto: fatti non parole!) e rigeneri un’umanità nuova, pacifica e solidale, che riconosca la sua felicità nella felicità generale, restauri la democrazia come migliore forma di governo possibile e ci faccia uscire a piccoli, ma concreti passi dal baratro sociale e ambientale in cui il professionismo della politica ci ha fatto precipitare.

[1] Pëtr Alekseevič Kropotkin, Il mutuo appoggio. Un fattore dell’evoluzione, a cura di G. Borella, Elèuthera, Milano 2020. Il passo fa parte dell’introduzione dell’autore alla prima edizione dell’opera nel 1902 presso l’editrice Mc Clure Phillips & Co. di New York

[2] Anseatiche, Città, G.P.Fehring, Enciclopedia dell’Arte Medievale (1991), Treccani. “Città dell’Europa settentrionale che nel Medioevo furono caratterizzate dapprima dall’associazione cooperativa dei loro mercanti all’estero (Hansa dei mercanti) e in seguito da una lega delle stesse città sempre a scopo mercantile. Dal 1356 presero il nome di Stede van der dudischen hanse (‘città della Hansa tedesca’) e di fatto, sebbene avesse scopi d’ordine principalmente economico, la Hansa rappresentò in quel periodo un importante fattore politico e anche culturale nell’Europa settentrionale”.

[3] Cfr. Pratolini, Vasco, Metello, Vallecchi, Firenze 1955

[4] Verga, Giovanni, La roba, in “ Novelle Rusticane”, Interlinea, Novara 2016

[5] La Prima Internazionale o Associazione Internazionale dei  lavoratori fu fondata a Londra nel 1864 su impulso di Marx e di Engels e si proponeva di creare un legame internazionale tra i diversi gruppi politici della Sinistra e le organizzazioni dei lavoratori, in particolare gli operai.

[6] Marx, Karl, La miseria della filosofia, Editori Riuniti Univ. Press, Roma 2019

[7] L’interpretazione che Lenin dette del pensiero di Marx integrandolo con la prassi rivoluzionaria

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