Una donna resistente

(Memoria di Anna Ponte, classe 1919, cascina Puraza, Capanne di Marcarolo)

C’erano i partigiani vicino a casa nostra, stavano alla Menta, e a casa c’eravamo io e altri due fratelli, Angelo e Michele, e papà e mamma; e i partigiani venivano tutti i giorni, che ci mancava una cosa, ce ne mancava un’altra. E noi li aiutavamo, perché erano ragazzi giovani e bisognava aiutarli, come si faceva a non farlo! E poi il giorno 19 marzo mi hanno detto se ci facevo i tagliatelli, e io ci ho fatto i tagliatelli e ce n’ho fatto diciotto sfoglie; ce li ho tagliati, poi sono venuti a prenderli e li hanno portati al distaccamento. E lì, ogni tre o quattro giorni, venivano, ci aiutavano e noi ci facevamo il pane e loro se lo portavano su dov’erano. Ci saranno stati due mesi lì, mi pare.

Poi, un giorno, dei partigiani hanno preso tre tedeschi in Praglia e li hanno portati lì al distaccamento. È passato mio fratello, quello lì che hanno ucciso, e c’hanno detto: “Abbiamo preso tre tedeschi”. Lui è venuto a casa e ha raccontato che c’erano dei tedeschi là, ma noi non sapevamo niente. È lì che hanno deciso di fare il rastrellamento. Insomma, ’sti tedeschi hanno detto che li hanno uccisi e li hanno seppelliti appena sotto il distaccamento, ma io non so dov’erano. Tra l’altro, prima di uccidere i tedeschi i partigiani avevano preso delle spie, dicevano che erano spie, e ne avevano ucciso due o tre, non so. E poi, quando è venuto il rastrellamento, che è cominciato il giovedì mattina, mio fratello l’ultimo, Giovanni, ne avevo tre di fratelli, che era ferito dalla Russia ed era a casa in convalescenza, è uscito di casa per la paura e l’hanno preso e l’hanno portato sul monte Lavezzara e gli hanno sparato. Quando l’hanno preso io mi sono detta: ”Lo porteranno in Germania”. Invece no, l’hanno ucciso, ma noi non lo sapevamo. Era il venerdì santo, quando hanno ucciso anche tutti quelli della Benedicta. Poi sono venuti a casa nostra, e hanno portato via me e gli altri miei fratelli, Angelo e Stefano, mentre mio padre era a letto perché s’era rotto due costole. Ci hanno portati dalle fosse dei tre tedeschi, che poi hanno detto che non erano i tedeschi, e ci hanno fatto scavare con le mani. Poi ci hanno portati su da casa e hanno preso il carro, due buoi di dieci quintali, tutta la biancheria, tutto cosa c’era, galline, c’hanno preso di tutto, hanno portato via tutto. E siamo partiti, io, Angelo e Stefano, e ci hanno fatto andare a Masone. Mi ricordo che a Pescina mi sono fermata a bere un po’ e un tedesco mi ha puntato la pistola contro e mi ha gridato di andare avanti ché non si poteva bere. C’avevo un paio di scarpe nuove che qui dietro mi hanno fatto venire una cosa… non ne potevo più.

A Masone ci hanno caricato su una camionetta, e davanti c’era una mitraglia girata verso di noi e dietro anche. “Ricordati di dire sempre uguale” mi hanno detto Stefano e Angelo, e siamo andati alla Casa dello Studente, a Genova. Lì ci siamo stati cinque giorni, io ci sono stata cinque giorni, i miei fratelli non lo so. Poi ci hanno portato a Marassi, e a Marassi io ci sono stata cinquantanove giorni, Angelo cinquantaquattro e Stefano, che era sposato con tre figli, mi pare ventidue o ventitre giorni. Quando è tornato a casa, dopo un giorno, a lui ci è morto un bambino.

Io sono stata quindici giorni in cella di punizione, nei sotterranei, i miei fratelli invece no. C’era un tavolazzo con due coperte bagnate per l’umidità, e lì ci si dormiva. Venivano durante il giorno e ci portavano da mangiare, ma era roba che non si poteva mangiare, c’erano tutti i moscerini sopra… Io per quindici giorni non ho mangiato niente.

Torture non me ne hanno mai fatto, ma interrogatori tanti. Alla Casa dello Studente me li facevano tutte le mattine, e volevano sapere cosa avevo fatto e hanno tirato fuori un libro che c’era tutto scritto cosa avevo fatto: il mangiare che ci ho fatto, il pane, i tagliatelli, tutte quelle cose lì. E dicevano che io avevo più colpa degli altri, dei miei fratelli, perché io sapevo dove erano i tedeschi morti, ma io non lo sapevo. Al mattino, quando arrivavano per interrogarmi, mi dicevano: “Lei non la vuole dire la verità”. E dicevano che volevo aiutare i partigiani, e tutte quelle cose lì. E io rispondevo che più di quello che avevo detto non sapevo cosa dire.

Ho detto che torture non me ne hanno fatto, però sentivo gridare lì alla Casa dello Studente, e allora non lo sapevo che fossero torture, l’ho saputo dopo. L’unica cosa avevo una cella così piccola che non mi potevo sedere, ma dovevo stare sempre in piedi. Poi alla sera veniva uno e mi dava una sedia, e allora mi sedevo due ore e poi mi chiudeva di nuovo.

A Marassi nella cella eravamo in cinque: c’erano due marchesine di Ceva, che poi sono andate a finire nei campi di concentramento, una ragazza di Sampierdarena e una donna di Bordighera, già anziana. Eravamo tutte accusate di aver aiutato i partigiani. Lì ci avevamo una poltrona, che poi ci serviva da letto quando era notte.

Poi, il diciotto di maggio, la sera ci hanno svegliato e ci hanno portato giù in cortile. C’eravamo in tanti e ogni mezz’ora, ma neanche, venti minuti, ne prendevano tre e li portavano via, e basta, non si vedevano più. Alla fine siamo rimaste lì in tre e ci hanno portato di nuovo su nelle celle dove eravamo prima. Gli altri li hanno portati sul Turchino e noi siamo rimaste lì, le due marchesine di Ceva e io. Che poi loro sono andate di nuovo, e le suore hanno detto che le hanno caricate e portate nel campo di concentramento.

Io non sapevo che avessero ucciso mio fratello, quello lì, Giovanni, che aveva ventidue anni. Siamo stati tanti giorni senza sapere niente, e anche a casa non sapevano niente. Quel signore che mi portava la seggiola la sera, non mi ricordo se fosse una camicia nera o cos’altro fosse, mi ha detto: “Potresti darmi l’indirizzo che ti scrivo a casa a tua mamma”. Ché io gli dicevo: “Mia mamma non sa dove siamo”. E ci ho dato l’indirizzo e ci ha scritto a casa che siamo a Marassi. Allora poi si sono messi in contatto, non so con chi, e ci portavano, non so se ogni settimana o quindici giorni, ci portavano la roba da cambiarsi. E però, visto che laggiù davano da mangiare senza sale, senza niente, allora la mamma nei pantaloni dei fratelli, nelle cose dei vestiti ci metteva un po’ di sale, e poi l’abbiamo trovata.

Un giorno una suora mi ha detto: “Venga un po’ a vedere che le faccio vedere sua sorella”. Lei veniva  a portare la biancheria, ma noi non potevamo vederla, restavamo in cella. E lì c’era la bocca di lupo che non si poteva neanche vedere fuori. Allora la suora mi ha fatto andare sulla scala dove c’era una finestra e mi ha fatto vedere il ponte dove traversava mia sorella, ma mia sorella non mi ha visto. Allora ho chiesto alla suora: “Suora, come mai che mia sorella è vestita di nero?”. Allora c’era ancora la cosa che facevano lutto, e lei mi ha risposto: “Perché è morto tuo fratello Giovanni, l’hanno ucciso”. E lì io mi sono sentita male e hanno dovuto ricoverarmi in infermeria.

Sono andata via il 10 aprile e sono tornata dopo 59 giorni, il 9 di giugno. I miei fratelli li ho trovati a casa tutti e due. Angelo l’avevo visto anche giù dopo quindici giorni e non l’avevo riconosciuto da come era ridotto. Eravamo proprio… lui era 55 chili. Non credo che l’abbiano torturato, lui comunque non ha mai voluto parlarne.

Era venuto a prendermi uno che poi è stato ucciso, un tal Romanelli, un fascista, che era un parente della fidanzata di mio fratello Angelo. Lui ha fatto di tutto per farci uscire, era in contatto con il vescovo. Un giorno è arrivata una suora e mi ha detto: “Sei scarcerata”. Dunque, insieme a questo qui siamo passati da Campomorone, da Isoverde, poi siamo andati ai laghi (delle Lavezze) e siamo venuti a casa.

Ci è voluto tanto per riprendersi. Sembra una favola, non sembra che si siano passate queste cose, perché siamo stati tanto male. Eppure non mi è venuto niente, neanche un esaurimento che era il minimo che mi potesse capitare. Mio papà sveniva tutti i momenti e sembrava che non dovesse più ritornare come prima; mia mamma invece no. Quando è venuta su a Capanne la Croce Rossa di Campomorone e ha riportato a casa mio fratello Giovanni, lei ha detto: “Questo lo so che lo portiamo al cimitero, ma gli altri tre non so dove siano”. Ed era vero. Poi ha avuto la grazia che tre sono arrivati, ma quello là no.

Eppure, nonostante tutto quello che abbiamo passato, non abbiamo mai avuto un riconoscimento, non dico una pensione, ma almeno un risarcimento di tutto quello che ci hanno portato via. Finito lì, finito tutto.

 

 

 

 

 

 

 

Lascia un commento