Hélène, mon amour

Dicembre 1948

Ero deciso a farla finita con la nostra storia. Ci avevo rimuginato a lungo, cercando di valutare tutti i pro e i contro della mia scelta, l’amore non è solo un sentimento. E mi rendevo conto che, quanto più aspettavo, tanto più sarebbe stato difficile farlo. Non potevo più rimandare. Forse avevo anche tirato troppo la corda, convinto che un giorno o l’altro sarebbe stata lei a scaricarmi. E invece mi si era avvinghiata come un parassita e sopportava tutte le mie bizze, anche le più strane. Non che fosse sottomessa, anzi, ma considerava quelle intemperanze come i capricci di un bambino ed era sempre pronta a perdonarmi.

E pensare che quando ci eravamo conosciuti, circa due anni prima, ero stato io a ossessionarla con la mia corte, finché non l’avevo convinta. C’era stata una festa all’università e io, giovane laureando, mi ero invaghito di quella signora elegante, docente nella mia facoltà. Una donna di classe, con fama di grande studiosa, che si portava dietro un alone leggendario di deportata nei campi di sterminio. Ma soprattutto una creatura straordinariamente femminile che aveva colpito nel profondo la mia immaginazione. Dapprima mi ero limitato ad osservarla da lontano, quasi appagato dalla sua figura; poi l’avevo conosciuta e da quel momento non ero più riuscito a togliermela dalla testa. Avevo cominciato a frequentare le sue lezioni e finalmente un giorno mi ero fatto coraggio e l’avevo invitata a cena. Lei aveva accettato, tranquillamente. Quella sera stessa le avevo detto che l’amavo alla follia.

Hélène aveva già un compagno, un collega di un’università del sud. E nonostante la mia intraprendenza l’affascinasse, non se la sentiva di tradirlo. Ma io non le avevo dato tregua e lei alla fine aveva ceduto. Dopodiché, ossessionata dal senso di colpa, aveva deciso di chiarirsi con il suo uomo. Una mattina di novembre l’avevo accompagnata al treno e lei, tutta confusa, era partita con le lacrime agli occhi. Io avevo cercato di consolarla, ma dopo la sua partenza avevo provato una sensazione di sollievo che mi aveva lasciato un po’ perplesso. E mentre tornavo a casa, se ci ripensavo, mi rendevo conto che non stavo provando nessuna pena per quella separazione e i miei occhi, che per tutti quei giorni si erano riempiti soltanto di lei, cercavano in giro qualcos’altro che li abbagliasse. Anzi, con una specie di brivido, mi accorsi di sperare che non tornasse. Soltanto un cruccio sottile mi tormentava, l’idea che lei potesse preferirmi quell’altro. Non mi bastava sentirmi libero, volevo anche dominare il suo destino.

Per me era stata una giornata lunghissima, di quelle che si vorrebbe che non finissero mai. Ma non ero riuscito a godermela fino in fondo, perché mi angosciava il pensiero che fosse soltanto un’illusione. E quando a notte fonda ero andato ad aspettarla, avevo avuto la sensazione di aver perduto qualcosa per sempre. Poi, però, la mia ansia si era mutata e un dubbio opposto aveva cominciato ad insinuarsi nella mia mente: e se lei non ci fosse stata? e se avesse deciso di restare con l’altro per cercare di dimenticarmi? Allora, con questa nuova angoscia nel cuore, avevo cominciato ad agitarmi e a temere davvero che mi avesse abbandonato.

Ma Hélène, invece, era scesa dal treno, tutta scapigliata e con gli occhi rossi di pianto e io le ero corso incontro e l’avevo stretta tra le braccia. Ma non pensavo a lei, ero soltanto compiaciuto di aver vinto anche quella volta. Lei, per me, avrebbe anche potuto ripartire.

Aveva fatto presto a riprendersi e sembrava convinta della sua scelta. E io avevo contribuito a non farla ricredere. Non so che cosa mi spingesse: avevo continuato a recitare la parte, quasi senza accorgermene. Sapevo che la stavo ingannando, ma provavo un piacere perverso a vederla sempre più legata a me. Tanto, quando l’avessi voluto, mi sarebbe bastato poco per liberarmene. E invece il tempo passava e non mi decidevo a lasciarla. Ogni volta che ero solo ci pensavo convinto, ma poi, al momento di agire, mi mancava il coraggio.

Questa volta, però, ero davvero convinto. Non sopportavo più la sua morbosa gelosia, quella pretesa ossessiva di avermi sempre vicino. Avevo bisogno di sentirmi libero. E poi il suo modo di fare mi infastidiva e mi faceva vergognare, soprattutto quelle smancerie da ragazzina a cui s’abbandonava anche in pubblico. Come avrei voluto sprofondare! Diventavo tutto rosso e mi guardavo in giro furtivo, sperando che non ci fosse qualche mia compagna di corso che ci vedesse. Ma lei non capiva, credeva che lo facessi per pudore, e quasi si divertiva a trattarmi come un bambino. Non capiva che in quei momenti l’avrei volentieri strangolata! Certo, quando rientravamo nel suo alloggio le cose cambiavano completamente: lontano dagli altri, in quell’ambiente confortevole e ben arredato, il fascino della sua pastosa femminilità mi soggiogava di nuovo. Perché Hélène, quanto era dolce e remissiva nei suoi atteggiamenti pubblici, altrettanto era aggressiva e sensuale nell’intimità. Era lei a comandare il gioco e lo faceva in modo imprevedibile, magari interrompendo il pranzo  o una qualsiasi discussione per fare all’amore. Avevo già avuto diverse donne, ma non avevo mai provato l’eccitazione e il piacere che lei riusciva a suscitarmi. Eppure, nonostante questa carica sensuale, non appena potevo uscire dalla sua casa mi sembrava di tornare a respirare.

Ormai vivevo quegli amplessi come una costrizione, un rito in cui non c’era più niente da scoprire. E cominciavano a balzarmi agli occhi tutti i suoi difetti, ma soprattutto rimpiangevo la prorompente giovinezza delle mie compagne di corso e delle commesse dei boulevard, così sode e tornite da far venire voglia di addentarle. Perché otto anni di differenza erano troppi anche per una donna come lei.

Ma Hélène non era soltanto questo, c’era qualcos’altro in lei che mi affascinava: non avevo mai conosciuto una donna così intelligente, forse anche sapiente. I primi tempi rimanevo addirittura incantato ad ascoltarla, di qualsiasi cosa parlasse. Aveva una voce calda, capace di intonazioni musicali anche nel pieno di una discussione filosofica. Le sue parole fluivano armoniose e, al di là dei loro lucidi significati, facevano sprofondare l’ascoltatore in un irrazionale piacere uditivo. Avevano questo effetto su chiunque: l’avevo potuto constatare, ogni volta che ci eravamo ritrovati con amici, da come anche gli altri l’ascoltavano in assoluto silenzio. E mi rendevo conto che mi invidiavano tutti, come se mi fossi seduto sul seggio più ambito. All’inizio questo mi faceva inorgoglire e godevo del potere che lei riusciva a instaurare sull’uditorio, quasi sentendomene partecipe. Ma a poco a poco mi ero accorto che in tutto ciò io facevo la figura del soprammobile e magari gli altri pensavano anche che fossi suo succube. Allora, per una reazione istintiva, ogni volta che lei attaccava uno di quei discorsi trovavo una scusa qualsiasi per allontanarmi. Ma poi fremevo per tutto il tempo, e se per caso, tornando, la sorprendevo a parlare in confidenza con qualcuno, allora mi scattava dentro un impeto di gelosia. Non riuscivo a sopportare che chiacchierasse così disinvolta con gli altri, magari sfiorando il viso del suo interlocutore oppure gettando il capo riverso all’indietro, con una mano nei riccioli neri, in un gesto studiato che sembrava fatto apposta per eccitare i presenti. Per non dire delle risatine che sparava a raffica, strizzando gli occhi come se ammiccasse a qualcuno. Oh, come la detestavo! A tal punto che cambiavo improvvisamente umore e non riuscivo più a nascondere l’inquietudine che mi aveva preso. Lei capiva e per prima mi chiedeva di andar via, ma con un sorriso compiaciuto che mi feriva ancora di più. Sicché, mentre rientravamo, rimuginavo dentro di me quel suo comportamento e le rispondevo brusco, come se fossi risentito.

Ma Hélène mi conosceva bene, sapeva che una volta entrati in casa sua avrebbe ripreso in mano la situazione. Le bastava infatti gettarmi le braccia al collo perché ogni mio proposito di vendetta naufragasse e si mutasse in eccitazione sessuale. E non si spaventava nemmeno se poi la penetravo con violenza, come se volessi punirla. Anzi, subiva e mi chiedeva inutilmente dolcezza, rassegnata ad assorbire nella carne tutta la mia rabbia. Tanto, alla fine, quando mi fossi ben scaricato dentro di lei, sarei stato io a scongiurarla di proteggermi ancora nel suo ventre materno.

Eravamo andati avanti così per due anni, tra slanci esagerati e rotture improvvise, io che non mi decidevo mai e lei che mi assecondava come un bimbo. Eppure io volevo davvero liberarmene, perché così non ce la facevo più ad andare avanti, mi sentivo soffocare. Ma nello stesso tempo c’era qualcosa in lei che mi tratteneva ed era più forte di me. Una specie di attrazione animale che soggiogava senza scampo il mio istinto. O forse non sopportavo l’idea che qualcuno prendesse il mio posto?

Tutto questo mi riecheggiò nella mente quando quel giorno la vidi salire le scale del metrò a Les Invalids. E sebbene cominciassi a essere spazientito per il suo ritardo, mi prese un moto istintivo di disappunto, come se fino all’ultimo avessi sperato che non venisse. Le avevo dato appuntamento lì per telefono, sottraendola a una conferenza sull’ebraismo in cui doveva essere relatrice, dicendole che si trattava di una cosa importante che non potevo rimandare. Lei aveva capito subito, senza bisogno di tante spiegazioni.

Appena mi vide, mi corse incontro con il suo modo sgraziato da ragazzina, che la faceva sembrare un po’ goffa. Ma all’improvviso, come se si fosse ricordata quanto tutto ciò mi irritasse, si fermò di colpo e quasi istantaneamente assunse le movenze leggiadre della donna che non riuscivo a dimenticare. Era venuta per giocarsi tutte le sue carte e sapeva bene qual era il mio punto debole. Perché non avrebbe dovuto sfruttarlo? Lei mi voleva a tutti i costi, anche contro la mia volontà.

Sentii vacillare qualcosa dentro di me e, mentre fino a un attimo prima avevo una valanga di parole da riversarle addosso, ora invece non sapevo da che parte cominciare e che cosa avessi in fin dei conti da dirle. In quel momento mi resi conto di essere in trappola e che tutti i miei propositi non avevano senso se bastava la sua presenza fisica per scombussolarli. Altro che liquidarla in quattro e quattr’otto! Hélène per me era diventata come un vizio e non sarei mai riuscito a fare a meno di lei. Era inutile tentare di fuggire. Di fronte a questa constatazione, provai un desiderio prepotente di possederla, lì, in mezzo alla strada, come se soltanto così avessi potuto dimenticarla. E chissà, magari morirci anche dentro, purché non dovessi fare alcuna scelta.

Novembre 1980

Stamattina abbiamo avuto l’ennesima litigata. Lei mi ha accusato di essere senza cuore, di pensare soltanto a me stesso. E ha rimpianto di non avere il coraggio di lasciarmi neanche adesso. Io mi chiedo: che cosa ha spinto questa donna a stare con me per tutto questo tempo? Non ha fatto altro che soffrire, l’ho tradita, maltrattata, umiliata, e lei niente, dopo una sfuriata ritornava sempre da me premurosa. Come se pensasse che potessi cambiare. Oppure era proprio la mia malvagità ad affascinarla?

Quando nel dopoguerra venimmo a vivere qui all’Ecole insieme, era lei che dirigeva il nostro rapporto. Lei era una studiosa affermata e aveva amici in tutto il mondo, che la cercavano ogni volta che venivano a Parigi. Io ero soltanto un ospite. Ma pian piano le cose erano cambiate. Lei aveva cominciato a diradare i suoi impegni per dedicarsi a me e aveva rinunciato a parecchi incarichi nelle università straniere per potermi stare vicino. Stare con me era ormai la sola cosa che le interessasse. Io intanto avevo cominciato a lavorare al Dipartimento di Filosofia e un mio testo aveva fatto scalpore sulla stampa e negli ambienti accademici. Mi erano arrivate proposte di conferenze da ogni parte della Francia e anche all’estero erano interessati alle mie idee. Lei godeva dei miei successi e mi seguiva ovunque. Io pensavo soltanto ai miei studi.

Una volta fui invitato a Bruxelles per un convegno su Marx. Hélène era ammalata, aveva un forte attacco influenzale. A malincuore dovette restarsene a casa. Andai da solo, fingendo un certo rincrescimento. Ma in realtà non stavo più nella pelle per quell’improvvisa defezione: finalmente, dopo tanto tempo, potevo vivere un momento della mia vita senza doverlo condividere con lei. E fremevo al pensiero di sprecarne anche solo una piccola parte. Sul treno, poi, conobbi una giovane collega di Aix, anche lei diretta al convegno. Facemmo subito amicizia. Alloggiavamo nello stesso albergo, la seconda notte dormimmo insieme. Fu la prima volta che tradii Hélène.

Quando rientrai a Parigi, Hélène si era completamente ristabilita. Mi accolse con grande calore, aveva preparato una cena speciale a lume di candela. Si accorse subito che c’era qualcosa che non andava, come se fossi dispiaciuto di essere tornato. Senza tanti preamboli mi chiese che cos’era successo. Io non seppi mentire, anzi, non volli, poteva essere il modo per costringerla a lasciarmi. Lei fece una scenata. Cominciò a urlare parole senza senso e, come una furia, fracassò tutto quello che le capitò davanti. Poi, non appena si calmò, corse a rinchiudersi in bagno. Dovetti sfondare la porta per impedirle di tagliarsi le vene con il mio rasoio.

Passammo alcuni giorni burrascosi, con lei che non mi rivolgeva la parola e cercava di evitarmi. Io mi sentivo forte e speravo solo che mi cacciasse. Invece una notte rientrò nel mio letto e mi costrinse ad amarla. Mi stringeva nervosa, con le unghie piantate nella carne, e mi ripeteva ossessivamente di non lasciarla, che io ero tutto per lei. Mi resi conto che non era servito a niente tradirla, lei non mi avrebbe mai lasciato. Dovevo farlo io, se proprio lo volevo. E io lo volevo, ma non ci riuscivo, e allora riversavo su di lei tutto il mio risentimento. E lei subiva, pur di starmi vicino.

Quante volte mi sono chiesto se fosse proprio lei a soffocarmi, se con un’altra donna più giovane e bella sarebbe stato diverso. E spesso, quando ho conosciuto altre donne, ho provato a immaginarmi con loro, ma ogni volta sono arrivato alla conclusione che mi sarei sentito in trappola lo stesso. Perché il problema non erano loro, ma io, che non ero adatto a convivere con nessuno. E allora perché non lasciavo Hélène anziché farla soffrire in quel modo? Ma perché per lei sarebbe stato anche peggio se, pur di stare con me, sopportava tutte quelle umiliazioni. E poi anch’io ero sicuro a parole, ma se si trattava di passare ai fatti cominciavo ad avere qualche dubbio. Del resto non potevo certamente dire che la mia vita con lei fosse soltanto un inferno. Anzi, forse proprio perché non lo era, la sentivo più soffocante e mi rendeva difficile fare qualsiasi scelta.

Le cose non migliorarono neppure quando rimase incinta. Me lo disse con una freddezza glaciale, come se si fosse trattato di un’appendicite. Io non riuscivo a crederci e non dormii per tutta la notte. Da quel giorno mi sentii trasformato: correvo a telefonarle tra una lezione e l’altra, le facevo continuamente regali e, soprattutto, rinunciavo a tutte le conferenze che mi avessero costretto a dormire fuori casa. Ma lei sembrava indifferente alle mie attenzioni e mi rispondeva ostile quando le chiedevo come stava. Finii per giustificare tutto con lo stato in cui si trovava.

Ma una sera, rientrando dal lavoro, la trovai in un lago di sangue: aveva avuto un’emorragia e il sangue continuava a colarle copioso. Telefonai subito per un’ambulanza, poi tornai da lei per cercare in qualche modo di fermare il flusso. E mentre la prendevo tra le braccia mi parve di intravedere nei suoi occhi una luce strana che mi lasciò di stucco. Sembrava un lampo di soddisfazione, come se si sentisse finalmente liberata. Possibile che non volesse quel bambino? Un sospetto tremendo mi affiorò nella mente nonostante cercassi di scacciarlo: e se fosse stata lei a procurarsi quell’aborto? Per un attimo lo credetti davvero, tutto sembrava confermarlo. Poi però mi ripetei che non poteva essere stata così cinica, conoscevo troppo bene la sua umanità. Ma se invece lo fosse stata, allora… come avrei potuto perdonarla?

Hélène rischiò di morire e rimase a lungo ricoverata in ospedale. Io avevo dentro un risentimento sordo, feroce, che non riuscivo a mascherare. Quando finalmente tornò a casa, s’era stabilita tra di noi una specie di tregua, come se avessimo deciso di sopportarci. Riprendemmo a fare l’amore, ma non ci fu più confidenza tra di noi.

Da allora ho visto Hélène felice una volta soltanto: fu in occasione della visita che le fece un suo vecchio amico, un ebreo israeliano. Quell’uomo la adorava e nei pochi giorni che fu nostro ospite fu così pieno di premure nei suoi confronti che sembrava che fosse stato il suo amante. Io dapprima ne fui contento, perché in questo modo si sarebbe un po’ allentata la tensione tra di noi. Ma vedere poi Hélène che recuperava come per incanto la sua grazia giovanile mi mise un po’ in subbuglio e mi accorsi di attendere con impazienza il giorno della partenza dell’amico. Ma allora ne ero ancora innamorato? Oppure si trattava soltanto del mio orgoglio di maschio che non accettava di essere messo da parte? Lei sembrava capirlo e ciò le procurava un enorme piacere, la certezza di avermi legato a lei per sempre.

Io continuavo a cercare altre donne. Succedeva spesso, in qualsiasi situazione mi trovassi. Non avevo ritegno neanche in sua presenza. Avevo una specie di piacere perverso a provocarla in continuazione. Ma soprattutto bastavano due occhi luminosi e un profilo interessante a farmi inseguire dei sogni impossibili. Lei ci soffriva terribilmente, ma non reagiva. Sprofondava nel mutismo più assoluto e viveva con me come un automa. Quando poi si accorgeva che l’avventura era finita, pian piano ricominciava a parlare. E io ogni volta cercavo di farmi perdonare e le promettevo che non l’avrei più fatto.

Siamo andati avanti così fino a qualche anno fa quando, un giorno che io avevo sfacciatamente corteggiato una mia allieva davanti ai suoi occhi, Hélène esplose in escandescenze. – Ti odio! – mi ripeté più volte e mi chiamò “mostro” e “vecchio depravato” con un astio di cui non l’avrei mai ritenuta capace. Da allora non ha più tollerato alcuna mia libertà e non ha perso occasione di mortificarmi anche di fronte ai nostri amici più cari. Se poi cercavo di avvicinarla, allora si irrigidiva tutta come se non volesse più avere a che fare con me. Cominciò a trattarmi con freddezza, mi rispondeva a monosillabi e, se per caso mi sentivo male, mi preparava le cose soltanto se glielo chiedevo. Com’era lontana l’Hélène dei primi tempi, che non andava al lavoro pur di accudirmi! Ma come facevo a lamentarmi visto che aveva mille ragioni? Eppure provavo una profonda nostalgia per quell’altra donna che avevo conosciuto e che forse avevo esagerato a credere che non si sarebbe mai ribellata.

Hélène si ribellava, ma non se ne andava. – Dovrai uccidermi – mi diceva – se vorrai liberarti di me.

E nello stesso tempo malediceva il fatto di avermi amato e di non avere il coraggio di andarsene. Ma del resto anche lei dove avrebbe mai potuto andare? Per me s’era rovinata la vita, aveva rinunciato alla carriera, ai parenti, e ora sarebbe stata inesorabilmente sola. Era forse meglio la solitudine che continuare a vivere con il proprio carnefice? Hélène sembrava non crederlo se continuava a sopportarmi.

Io non riuscivo ad accettare l’idea che fosse diventata così. Sapevo di avere sbagliato, di essere dalla parte del torto, ma non potevo permetterle di punirmi in quel modo. Avevo bisogno di lei, della sua voce, della sua dolcezza, perché era questa sua umanità che mi aveva fatto vivere sereno. E ora non poteva negarmela. Tentai di farglielo capire, dapprima con le buone, poi, vista l’impossibilità di dialogare, anche con le minacce. Lei rispondeva serena: – Tanto lo so che prima o poi mi ucciderai – e continuava a negarmi il suo affetto.

Ma stamattina, mentre litigavamo, mi ha detto: – Basta, Louis, non ne posso più! Basta bugie, umiliazioni, soprusi… questa non è vita, questo è un inferno… e io voglio ancora vivere, gioire, respirare… sì, respirare, è tanto tempo ormai che non lo faccio più… me ne vado, domani me ne vado, ti lascio libero per sempre – . A queste parole mi è andato il sangue al cervello e d’istinto ho alzato una mano per schiaffeggiarla, sarebbe stata la prima volta, ma poi mi sono trattenuto e mi è sembrato di vedere un ghigno beffardo sulla sua bocca. Allora il cuore ha cominciato a battermi vertiginosamente e ho dovuto uscire a fare due passi per calmarmi un po’.

Quando sono rientrato, era quasi l’ora di pranzo, Hélène non era in cucina, i fornelli erano spenti. L’ho chiamata, lei non ha risposto. Un po’ preoccupato sono andato a cercarla in camera. Era sdraiata sul letto, con le gambe che penzolavano nel vuoto. Mi sono avvicinato in silenzio. Aveva la faccia distesa, serena, come se fosse ringiovanita. La camicetta, semiaperta, lasciava intravedere l’incavo del seno, lo stesso che tante volte mi aveva eccitato. Teneva le mani intrecciate sul ventre, come se volesse proteggerlo. Mi sono seduto al suo fianco senza che si svegliasse. Quante volte avevo accarezzato per ore quei riccioli ormai tutti bianchi! E come sapevano baciare voluttuose quelle labbra ancora turgide! Possibile che tutta la passione che c’era stata tra di noi si fosse trasformata solo in odio? Istintivamente ho allungato le mani verso il suo viso e ho cominciato ad accarezzarle le guance ancora belle floride, rosee come il primo giorno che l’avevo conosciuta.

Le mani mi sono scivolate sul collo. Hélène è sempre  stata orgogliosa del suo collo, che si stagliava snello dalle sue spalle larghe. Da un po’ di tempo, però, se ne vergognava, da quando avevano cominciato a solcarlo alcune rughe. Ma lì, sul letto, sembrava quello di un tempo, statuario, come in un quadro del Rinascimento. Ho cominciato a massaggiarglielo delicatamente così come piaceva a lei. Mi è sembrato che sorridesse. Era tanto tempo che non eravamo così intimi, lei ormai mi sfuggiva sempre. Finalmente l’avevo di nuovo tra le mani, forse poteva essere l’ultima occasione. Il sangue mi tambureggiava nelle vene e sentivo i muscoli gonfiarsi di energia. Andavo avanti e indietro ritmicamente su quel collo bianco, con le punte dei pollici che s’incontravano proprio nell’incavo. Le mani cominciavano a sudarmi. Mi accorgevo di spingere un po’ troppo, ma non riuscivo più a fermarmi, come se avessi perso il controllo. – La sto uccidendo – mi dicevo, ma sebbene l’idea mi angosciasse continuavo a farlo, inesorabilmente. A un certo punto ho visto il pallore del suo viso abbrunarsi, come se un’ombra fosse calata su di lei. Poi la lingua sbucare beffarda tra le labbra in una smorfia sconveniente. – Hélène! Hélène! – ho gridato e mentre la chiamavo la scuotevo perché si svegliasse. Ma lei ricadeva inerte sopra il letto.

Per un attimo ho creduto di impazzire: stavolta non era un sogno, l’avevo fatto veramente. E più me ne rendevo conto, più capivo che non ero stato io a ucciderla, ma era lei che l’aveva voluto e che mi aveva costretto a farlo. Me l’aveva ripetuto tante volte e alla fine ce l’aveva fatta. Così aveva voluto vendicarsi.

  • Louis, che hai fatto? – mi ha gridato il dottor Etienne quando mi ha aperto la porta del suo appartamento.
  • Ho ucciso Hélène – gli ho risposto – era tanto tempo che me lo chiedeva.

 

 

Questo racconto è una libera rielaborazione e interpretazione di un femminicidio illustre, l’uccisione da parte del filosofo Louis Althusser della moglie Hélène Rytmann-Legotien. Siamo nel 1980 e immediatamente dopo i fatti scatta una rete di protezione sociale nei confronti del filosofo che tende a psicologizzare il delitto, a renderlo il frutto di follia, spoliticizzandolo e quindi discolpando l’assassino. Tre mesi dopo un’ordinanza di non luogo a procedere ne sancisce lo stato di non responsabilità giuridica. Nel 1985 Althusser scrive la propria autobiografia, L’avvenire dura a lungo (pubblicata postuma nel 1992), confermando nel suo racconto un’interpretazione dei fatti  psicologizzante, tesa a scagionarlo da ogni responsabilità.

 

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