Sventolano le bandiere!

“… Ma tu, tu sei affezionato alla bandiera italiana?   

Se la bandiera è semplicemente un simbolo “patriottardo” nazionalistico a cui richiamarsi in modo feticistico ogni volta che c’è un problema, se è un vessillo da tirar fuori e sventolare soltanto durante i mondiali  o gli europei di calcio con spirito antisportivo (l’importante è vincere, non conta come), se è il labaro da innalzare su un’asta per cerimonie farsesche di commemorazione di cui non frega niente a nessuno, ebbene, possiamo fare a meno della bandiera.

Se invece la bandiera è il simbolo di un paese solidale al suo interno, in cui nessuno è mai lasciato solo, soprattutto se ha bisogno, di un paese che è orgoglioso delle sue radici, ma aperto al dialogo con il mondo, perché soltanto così si cresce e si migliora, di un paese che accoglie generosamente con la sua bellezza e la sua storia l’ospite, qualunque sia la sua condizione, allora diventa un simpatico drappo che rappresenta la cultura, l’arte, la creatività, la passione e il lavoro di milioni di italiani che hanno saputo nei secoli essere uomini con dignità e coerenza anche nei momenti più difficili dell’espressione geografica Italia”.[1]

La sera del 29 giugno 2021 la Confindustria  e i Sindacati Confederali firmano a Palazzo Chigi un accordo per limitare i danni sociali dello sblocco dei licenziamenti che scatterà il primo luglio. L’indomani, 30 giugno, ancor prima che la norma entri in vigore, la Henkel di Lomazzo chiude lo stabilimento lasciando a casa 81 lavoratori. Il 2 luglio, venerdì, la stessa cosa la fa la Gianetti Ruote a Ceriano Laghetto, sempre in Brianza, e in modo ancor più clamoroso: al termine dell’ultimo turno settimanale i dipendenti ricevono questa mail: “Con la presente si informano tutti i dipendenti addetti allo stabilimento di Ceriano Laghetto che con effetto dalla data odierna lo stabilimento rimarrà chiuso. Con lettera di pari data della presente è stato dato avvio alla procedura di licenziamento collettivo”. Un fatto nuovo e grave nelle relazioni industriali, sia nella sostanza che nella forma, ma poche ore dopo l’Italia gioca contro il Belgio a Monaco di Baviera i quarti di finale del campionato europeo di calcio e non c’è tempo per gli italiani di occuparsi di chi si trova di fatto in mezzo a una strada. L’Italia vince e si moltiplicano le bandiere in giro per la penisola. Soltanto i sindacalisti e i lavoratori delle molte aziende in bilico cominciano a pensare che possa scattare un effetto domino che coinvolga soprattutto quelle realtà in mano a fondi di investimento internazionali che, dopo lo sblocco, si sentono le mani libere per chiudere gli stabilimenti e impegnare altrove i loro capitali. Ma il 6 luglio l’Italia vince ai calci di rigore anche la semifinale contro la Spagna e il paese è in delirio, faremo la finale a Wembley contro la perfida Albione. Tre giorni dopo, il 9 luglio, l’effetto domino si concretizza: la Gkn Driveline di Campi Bisenzio, fabbrica di componenti per auto, licenzia in tronco i suoi 422 dipendenti con le stesse modalità della Gianetti ruote, cioè inviando loro un’email.

Ancora una modalità selvaggia, che pare sia prevista dal “job acts” introdotto nel 2016 dal governo Renzi, ma che nessuno si è preoccupato in questi anni di modificare. Qualcuno sospetta che voglia trasferire baracca e burattini in qualche paese più accomodante e il sindaco di Campi dichiara bellicoso che dalla fabbrica non uscirà neanche un bullone, dovranno passare sui loro corpi. Ma intanto gli italiani sono tutti protesi verso la data fatidica dell’11 luglio che vede impegnati i nostri “eroi”, così vengono definiti  gli azzurri dalla marea montante di sproloqui giornalistici e televisivi dei tanti, troppi, addetti ai lavori. Nel frattempo la Abb, multinazionale svizzero-svedese del settore elettrotecnico, conferma per il marzo del 2022 la chiusura della fabbrica di Marostica annunciata lo scorso anno, con trasferimento dell’attività in Bulgaria. Saltano così altri 100 posti di lavoro, l’azienda rifiuta anche la trattativa con una cordata italiana disposta a rilevare lo stabilimento. Arriva l’11 luglio e la stragrande maggioranza degli italiani s’incolla al televisore per assistere alla finale e forse lo fanno anche molti di quei lavoratori che hanno perso il posto di lavoro, il calcio è una passione. Sventolano bandiere ovunque, l’Italia è unita in un solo fascio dalle Alpi alla Sicilia. Segna dopo due minuti l’Inghilterra, comincia a regnare lo sconforto. Gli italiani fanno presto a cambiare umore. Poi l’Italia risale, riesce a pareggiare nel secondo tempo, si va ai supplementari, nulla di fatto. Calci di rigore. Ancora una volta la dea bendata e San Donnarumma salvano l’Italia. Esplode l’entusiasmo in campo e nelle piazze delle città italiane, saltano tutte le regole di distanziamento, non si può frenare la gioia. Le forze dell’ordine chiudono un occhio, l’hanno già fatto per la festa dello scudetto dell’Inter, impossibile non inchinarsi davanti al dio pallone. Gli azzurri rientrano a Roma alle sei di mattina di domenica, si riposano all’Hotel Parco dei Principi – il riposo del “guerriero” – alcuni si vaccinano, poi alle 17.30 salgono al Quirinale. E lo fanno – nonostante ci sia uno specifico divieto del prefetto di Roma – su un pullman scoperto tra un delirio di folla assiepata al di là di ogni assembramento. Ma il calcio può tutto, “panem et circenses” non si può fermare. Peccato che molti altri, che stanno magari presidiando le fabbriche della tristezza, questo “panem” lo stanno perdendo e non sanno se riusciranno a recuperarlo. Hanno dormito in sacchi a pelo o su giacigli di fortuna e al pasto, a Campi Bisenzio, ci ha pensato l’Arci con i suoi cuochi a cinque stelle. E infine l’incontro con il presidente Mattarella, anche lui reduce da Wembley, l’elogio agli “eroi” di Wembley (e daje!) e il conferimento dei titoli di Grande Ufficiale al presidente della Figc Gravina e al ct della nazionale Mancini, di Commendatore al team manager Oriali e al capo delegazione Vialli, di Ufficiale al capitano della squadra Chiellini e di Cavaliere a tutti i giocatori comprese le riserve. È il minimo per degli eroi!

Ma quanti eroi, veri questi, ci sono in giro in questo nostro tribolato paese, gente umile e semplice che deve lottare giorno per giorno per sbarcare il lunario oppure contro avversità della vita che paiono insormontabili! Operai che perdono il lavoro con poche speranze di ritrovarlo, altri sottopagati e costretti a lavorare al nero altrimenti non si lavora, stagionali sfruttati con orari di lavoro massacranti e paghe da fame, artigiani e piccoli industriali che, per salvare le loro attività,  si dibattono tra le spire dei prestiti delle banche o addirittura degli strozzini, disabili che, nonostante i vari proclami buonisti e politically correct, non godono ancora de facto degli stessi diritti degli altri cittadini e vivono una costante discriminazione pregiudiziale, mamme dei disabili più gravi che sacrificano le loro vite dedicandosi interamente ai loro figli sfortunati: ecco, se volessimo indicare un esempio di eroine da invitare in Campidoglio, sceglieremmo proprio loro, queste “mamme coraggio”, il nerbo autentico dell’Italia sociale.

E invece gli “eroi” sono gli azzurri di Wembley, che oltre a ricevere il lauto compenso per la vittoria degli europei (250.000 euro! Hanno giocato per l’onor di patria!) torneranno nei loro rispettivi club di appartenenza e chiederanno immediatamente una revisione del contratto multimilionario di cui godono già alla luce del successo ottenuto e della propria quotazione di mercato di conseguenza lievitata. Come se non bastasse, autorevoli commentatori, sia sulla carta stampata che sui social, indicano nel modello Mancini-Draghi la ricetta per uscire dalla crisi. E Mancini dall’oggi al domani diventa dottore in Scienze dello Sport così come fu per Valentino Rossi che divenne dottore in Comunicazione e Pubblicità per le organizzazioni (Qualcuno dissentendo appese uno striscione. “Onore al campione, ma 46 volte vergogna a Scienze della Comunicazione”) sempre presso l’ateneo di Urbino, famoso per queste performance (prima che a Valentino ne aveva conferito una anche a un altro Rossi, un certo Vasco). Alla faccia di tutti quegli studenti laboriosi che lottano per conquistarsela studiando una laurea e devono magari poi tribolare per trovare un lavoro adeguato alle loro competenze.

Due giorni dopo la solenne cerimonia al Quirinale, il 14 luglio, la Whirpool comunica al Ministero dello Sviluppo Economico che avvierà la procedura di licenziamento collettivo per i lavoratori dello stabilimento di via Argine a Napoli. Immediatamente scatta la protesta operaia: scortati da numerosi agenti in assetto antisommossa, i lavoratori dell’azienda si radunano davanti al carcere di Santa Maria Capua a Vetere dove il premier si è recato insieme al ministro della Giustizia Marta Cartabia per mettere una pezza a ciò che è successo in quel carcere. Draghi: “La decisione dell’azienda rappresenta un grave e inaccettabile sgarbo istituzionale”. Intanto il ministro Giorgetti da Roma stigmatizza come irragionevole il no dell’azienda alla cassa integrazione. Precisa la viceministra Todde: “Per il sito Whirlpool di Napoli le 13 settimane di cassa integrazione sarebbero necessarie a garantire il rilancio tutelando i lavoratori”. Ma per ora sono soltanto parole, quante ne hanno già sentite, e allora i lavoratori passano all’azione. Il giorno dopo bloccano per mezz’ora l’aeroporto di Capodichino e il 20 luglio per un’ora il traffico dei treni ad alta velocità nella Stazione Centrale di Napoli. Poi, il 22, partono sei pullman di operai per andare a manifestare a Roma e a incontrare al Mise il ministro. Non ci sono centinaia di tifosi ad accoglierli – anzi, molti sono infastiditi dalla loro presenza rumorosa e ingombra traffico – non vengono ricevuti al Quirinale e insigniti di benemerenze per la loro resistenza tenace, sanno che dovranno contare soprattutto su se stessi, sulla loro volontà di lotta, sulle bandiere variopinte dei loro sindacati, nella disputa di questo campionato europeo, anzi mondiale, contro i padroni del vapore. Quei padroni che Alessandro Sorani, presidente della Confartigianato Firenze, definisce molto bene: “Ci sono imprenditori e ci sono predatori. Gli imprenditori sviluppano, sono parte attiva di un territorio, restituiscono alla società e soprattutto hanno rispetto per il lavoro. Ma ce ne sono sempre meno – aggiunge – e in compenso abbiamo aperto le porte a predatori che promettono investimenti e sviluppo ma in realtà saccheggiano territori”.

Qualcuno aveva già pensato queste cose all’alba del secolo scorso e aveva scritto che i capitalismi avrebbero finito per sbranarsi a vicenda sulla pelle dei popoli. Che la società dello spettacolo di cui il calcio è primo attore sia stata messa in piedi per farci dimenticare tutto questo?   


[1] Repetto, Gianni, La Costituzione attraverso i principi, in Marx, Fidel e il “Che” e, perché no?, No Tav e Costituzione, Impressioni grafiche, Acqui Terme 2018

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