Palestina: due popoli, un solo Stato

“La situazione attuale rappresenta l’apice di un sistema di disuguaglianze e ingiustizie che va avanti da troppi anni: l’occupazione israeliana dei territori palestinesi e l’embargo contro Gaza incarnano l’intollerabile violenza strutturale che il popolo palestinese subisce quotidianamente. Condanniamo le politiche razzistiche e di discriminazione nei confronti dei palestinesi”. Queste parole non sono l’espressione di un punto di vista filo palestinese nel conflitto arabo-israeliano, ma quanto sostengono con coraggio e determinazione un gruppo di “giovani ebree ed ebrei italiani” nella lettera “Not in our names” con cui il 14 maggio scorso hanno espresso il loro punto di vista sulla questione. E leggendola integralmente non possiamo che essere d’accordo e solidali con loro che si sentono coinvolti nella vicenda come persone cittadine del mondo e come ebrei[1].

(a sinistra, quanto stabilito dalla risoluzione 181 dell’ONU; a destra, Israele dopo la guerra del 1948)

Ma cosa ci dicono sostanzialmente questi giovani? Con quel loro “condanniamo le politiche razzistiche e di discriminazione nei confronti dei palestinesi” introducono oggettivamente il nesso fondamentale che impedisce una soluzione positiva del conflitto e, osiamo dire, di qualsiasi conflitto in ogni parte del mondo: l’idea di superiorità che qualcuno ha nei confronti dell’Altro per ragioni razziali, religiose, economiche o sociali. Potremmo dire che i conflitti nascono dal pregiudizio, qualunque ne sia la natura. E gli ebrei ne sanno qualcosa, l’hanno pagato per secoli sulla loro pelle fino al dramma del genocidio nazista. Sono tristemente diventati il capro espiatorio dell’esasperazione del pregiudizio diventato ideologia. Ma nello stesso tempo l’emblema di qualcosa che non avrebbe “mai più” dovuto accadere. Quando il 10 dicembre 1948 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò e proclamò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, proprio questo intendeva sancire, che non dovesse più avvenire nessuna forma di discriminazione all’interno degli Stati e fra gli Stati e che ad ogni persona a livello planetario fossero garantiti i diritti proclamati. E se molto è stato fatto nei settant’anni che ci separano da quella data – soprattutto nella salvaguardia dei diritti dei cittadini del Nord del mondo – hanno tuttavia continuato a persistere forme perniciose di pregiudizio sia nella società opulenta sia da parte di questa nei confronti dei diseredati del Sud del mondo; e tra questi anche nei confronti del mondo arabo nella sua diversa complessità.

Del resto proprio l’Assemblea delle Nazioni Unite aveva approvato l’anno prima, il 29 novembre 1947, la Risoluzione n. 181 che prevedeva la creazione di uno Stato ebraico sul 56,4% del territorio dell’ex protettorato britannico della Palestina, come una forma di risarcimento per la vergogna dei campi di sterminio, con l’inevitabile conseguenza di innescare una spirale di conflitto interetnico tra ebrei immigrati su quei territori e palestinesi storicamente lì residenti. Stato che fu proclamato il 14 maggio del 1948 dagli ebrei stessi ancora prima che le Nazioni Unite ne comunicassero ufficialmente la nascita.

Ma perché la creazione di uno Stato etnico? Non confliggeva questo con i principi poi sanciti nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del dicembre dello stesso anno, nella quale si stabiliva, all’articolo 2, che “ Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene, sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi limitazione di sovranità”?

Sta di fatto che la nascita di Israele ha segnato l’inizio di un’idea esclusiva di Stato che, per quanto ha potuto, ha fatto sloggiare i palestinesi dai suoi territori a meno che non accettassero il predominio economico e politico ebraico. E le guerre che si sono succedute da quel 1948 ad oggi tra lo Stato di Israele e gli Stati arabi dell’area mediterranea hanno rafforzato quell’esclusività e provocato ogni volta  migliaia di profughi palestinesi sui cui territori lo stato etnico ha insediato – nonostante le condanne dell’Onu – nuove colonie ebraiche come a sancirne definitivamente l’annessione.

Ma se il trend è questo e, come dimostrano i fatti, neanche l’Onu riesce a impedirne lo sviluppo (tutte le sue risoluzioni di condanna disattese), che senso ha oggi parlare di due stati nazionali diversi se uno si sta divorando a colpi di insediamento illegittimo l’altro? Com’è possibile pensare che intere generazioni di palestinesi continuino a nascere e crescere in campi profughi o in alveari sovraffollati come la striscia di Gaza? L’opzione due popoli due stati, che era stata il risultato dei negoziati di Oslo, sembra ormai realisticamente tramontata e allora anche da parte palestinese comincia a farsi largo l’idea di uno stato unico binazionale in cui ognuno sia garantito come cittadino, come persona, e non in quanto appartenente a un determinato gruppo etnico o a una religione[2].

Ma la destra israeliana, che nel 2018 è riuscita a far approvare dalla maggioranza della knesset la legge sullo stato nazione, cioè Israele come lo “stato nazione del popolo ebraico”, non vuole assolutamente rinunciare a questa impostazione giuridica di discriminazione che raggiunge limiti di vero e proprio apartheid. Inoltre teme la progressione demografica prevista per il prossimo decennio che vede entro il 2030 la popolazione palestinese nettamente prevalente su quella ebraica (9.600.000 contro 7.200.000) nei territori della Grande Palestina.

La stessa paura provarono i bianchi sudafricani quando nel 1994 Nelson Mandela venne eletto presidente nelle prime elezioni democratiche del paese, ma la volontà della leadership della maggioranza nera di creare uno Stato giuridicamente uguale per tutti evitò qualsiasi forma di revanscismo e di “vendetta” nei confronti della minoranza bianca segregazionista nonostante in quel caso il peso demografico fosse nettamente schiacciante a favore della popolazione di colore (più del 70% del totale, i bianchi soltanto il 10%)).

A questo punto credo che israeliani e palestinesi si trovino di fronte a un bivio storico che segnerà definitivamente il loro destino, ma non solo, anche quello di tutta l’area mediorientale: o trovare un accordo alto per dar vita in modo paritario a questo Stato binazionale inclusivo e non violento o condannarsi a uno scontro endemico che diventerà sempre più una tragedia umana, politica ed economica per una parte e per l’altra. Qualcuno sostiene che la soluzione del conflitto israelo-palestinese sarebbe il primo vero tassello per una possibile pace mondiale: anch’io ne sono convinto, perché rappresenterebbe l’esempio più forte di rinuncia all’unilateralità e al fondamentalismo a livello planetario e riporterebbe al centro l’uomo e non le ideologie, con la sua esigenza primaria di vivere in pace e di affermarsi come individuo in una collettività aperta e multiculturale[3].


[1] Lettera pubblicata su “Il Manifesto”, edizione del 15/05/2021

[2] Cfr. Ruth Hanau Santini e Claudia De Martino, Sul conflitto israelo-palestinese occorre superare la soluzione a due stati , “Domani quotidiano” del 26 maggio 2021

[3] Per un’idea sulla politica europea  per la soluzione del conflitto vedi Hugh Lovatt, La fine di Oslo: una nuova strategia europea per Israele e Palestina, European council on foreign relations, 5 febbraio 2021.

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