Scritto in tempi non sospetti, prima che una guerra assurda dilaniasse anche l’Europa

 

L’identità non è contro nessuno.

Chi pensa di costruire la sua identità contro qualcun altro non ha compreso il senso dell’appartenenza a una comunità. Sono questi anni di grandi migrazioni, di movimenti, ormai di massa, di popoli che fuggono da situazioni terribili nelle quali il valore della vita è inesistente. Gente che approda sulle nostre spiagge lacera come Ulisse nella terra dei Feaci o addirittura sparisce in mare ancora prima di arrivarci. Anche loro facevano parte di comunità millenarie che nel corso dei secoli hanno vissuto secondo quei principi tribali che mettevano al centro l’interesse comune, non quello dell’individuo. Poi siamo arrivati noi occidentali a dilaniare quelle certezze esistenziali, orfani delle nostre che ci eravamo lasciati alle spalle con l’esplosione della civiltà borghese. Abbiamo insegnato loro, con la forza e con la menzogna, che esiste un mondo in cui si può godere di tutti i beni materiali senza attendere invano i paradisi delle varie religioni. Abbiamo trasmesso loro la febbre insana del denaro, del benessere materiale, della vita facile e televisiva. Perché non dovrebbero partire per goderne anche loro? Le briciole, almeno?[1]

Se queste persone, quando arrivano nei nostri paesi, trovassero comunità organizzate secondo uno spirito antico, fatto di principi e di comportamenti conseguenti, ci riconoscerebbero e ci comprenderebbero più facilmente, perché ritroverebbero forme di organizzazione e di convivenza simili a quelle che hanno lasciato nei loro martoriati paesi, con una precisa fisionomia e caratterizzazione. Ma se invece, come più spesso avviene, trovano un mondo senza comunità, senza principi morali, aperto e spietato secondo i criteri del liberismo economico più selvaggio, allora si ripropone per loro la stessa condizione servile che li ha fatti fuggire, lasciare casa, famiglia e antenati.[2]

Ecco, dunque, che solo le nostre comunità, laddove esistessero ancora, potrebbero essere i veri luoghi dell’accoglienza, gli unici capaci di rapportarsi a questi migranti sulla base di una propria identità secolare e definita che susciterebbe sicuramente il loro rispetto. E allora l’incontro diventerebbe davvero scambio, perché avverrebbe sul piano dei reciproci saperi, così facilmente assimilabili se legati al mondo agropastorale. E molti di loro non sarebbero più così diffidenti nei confronti di un possibile destino rurale anche qui da noi, che attualmente li maltratta con salari da fame e alloggi indegni di un paese civile. Se poi qualcuno di loro, e c’è già chi lo fa, dovesse salire sulle nostre montagne a fare il pastore o a coltivare terre che noi abbiamo lasciato ingerbidire, che ci sarebbe mai di diverso nel suo gesto antico di lavoro rispetto a quello dei nostri antenati? Chi avrebbe più diritto, a quel punto, di far parte di quella comunità, lui, che è ancora pronto a ribadire il gesto di tutti i padri, suoi e nostri, o quelli di noi che, invece, quella comunità l’hanno fuggita e ripudiata magari vergognandosene?

Purtroppo, vedere che un essere umano, dai tratti somatici diversi dai nostri, fa qualcosa che ci è rimasto nel cuore, ma che tuttavia non vogliamo più fare, ci sconvolge ancora. E invece dovremmo essere felici, perché forse è questo l’unico modo per far sopravvivere le nostre storie antiche, e pensare che l’integrazione tra la sua e le nostre potrà dar vita a una storia nuova, ma sempre nel solco di quella millenaria che continua a svolgersi in ogni angolo del pianeta: la storia di uomini umili e laboriosi che “ricamano” con il loro lavoro la Terra e sanno che, se vogliono continuare a viverci, devono rispettarla come madre/padre e sentirsi loro stessi terra.

L’identità è il solo modo per vivere in pace.

Quando una comunità ha ben chiara la sua identità, non deve temere nessuno, perché nessuno, neanche con la forza, potrà mai sottrargliela.

Nascere in una comunità vuol dire crescere secondo determinati valori che ogni membro apprende nell’educazione familiare e condivide nel gruppo. Valori di solidarietà, di lavoro e di sobrietà, che non hanno bisogno di essere istituiti, ma vengono interiorizzati con l’esperienza man mano che uno cresce e diventa adulto. La comunità permea tutte le fasi della vita di un suo membro[3], dai giochi della prima infanzia ai turbamenti dell’adolescenza e alla condivisione responsabile della maturità e della vecchiaia,  e il senso di appartenenza ad essa viene messo in discussione soprattutto nella fase dell’esuberanza giovanile. Nasce allora un bisogno di altri orizzonti, pulsa il desiderio di conoscere la civiltà cittadina e l’offerta di merci, di servizi e di occasioni che essa rappresenta. A questo punto uno deve fare una scelta: o continuare il suo percorso nella comunità condividendone consapevolmente i valori oppure decidere di andarsene per cercare fortuna e libertà altrove, convinto che il destino, per quanto possa essere duro, sarà sempre migliore che lavorare la terra o pascolare le greggi; convinto pure che, se dovesse mai fallire, potrà comunque tornare.

Niente di più illusorio. Quando si parte si parte per sempre, perché non è solo il corpo a partire, ma soprattutto la mente, che si trasforma e perde il ritmo della terra, del lavoro millenario. E allora magari ci si illude di aver trovato nuove radici o di vagheggiare grandi ideali, per poi rendersi conto, però, se ci si ferma un attimo a pensare, di aver reciso per sempre il cordone ombelicale che ci legava al paese, e che tutte queste cose non potranno mai sostituirlo, ma saranno ingannevoli sublimazioni, un mero espediente di sopravvivenza biologica che non riuscirà mai a trasformarsi in sentimento. La vita a quel punto, anche se densa di obiettivi, magari prestigiosi e incalzanti, sarà infatti priva di senso, completamente avulsa dal ciclo vitale che ci pervade solo a contatto con la terra. E ci si allontanerà sempre di più, presi nel vortice del consumo di merci e di gesti, reiterando comportamenti di competizione aggressiva per non soccombere nel totalitarismo “cannibale” e precario della società urbana. Il ritorno, se ci sarà, sarà quello nostalgico delle vacanze, magari con la presunzione di rimproverare a chi è rimasto di non aver conservato adeguatamente quelle tradizioni che noi invece abbiamo rinnegato.

Il senso della vita che sta invece alla base di una comunità rurale[4] è quello della conservazione della terra e della trasmissione dei saperi che servono per governarla. Esso non è affetto dal desiderio coattivo di moltiplicare le proprie prestazioni, ma piuttosto ribadisce il rinnovo rituale di quelle secolari, a garanzia della continuità nel tempo. Una comunità gestisce l’esistente, consolidatosi in epoca remota, e ripete quei gesti e quelle scelte che fecero gli antenati. Non ha bisogno di accrescere i suoi possedimenti a spese di qualcun altro, è concentrata sui propri e sul modo di gestirli compatibilmente. Appartenere a una comunità vuol dire condividere questa impostazione, praticarla, rafforzarla, sulla base di una concezione pacifica dei rapporti tra gli uomini e tra le comunità stesse, consapevoli che lo scontro, la guerra, non sono mai portatori di benessere comune, ma di interessi privati: essi favoriscono l’ascesa dei singoli e sono un pericolo per gli equilibri comunitari. Ma fare la guerra vuol dire anche distruzione di raccolti, requisizione di bestiame, appropriazione o perdita di beni che sono il frutto del lavoro di generazioni, carestie e malattie che falcidieranno soprattutto i più deboli, interruzione di lavori stagionali che  non possono essere rimandati. Fare la guerra contraddice la vita e le comunità rurali sono invece le custodi della vita.

Storicamente sono le società mercantili che fanno le guerre, perché hanno bisogno di controllare i traffici e i mercati per accrescere i loro profitti. Anzi, hanno bisogno anche delle guerre per fare profitti e non si fanno scrupoli a speculare sui materiali bellici e sulle forniture generali. Ma i mercanti sono pochi e non possono fare la guerra e contemporaneamente speculare su di essa. Cercano dunque manodopera adatta per farla e chi, meglio dei contadini[5], garantisce forza, lealtà e coraggio? Ma i contadini non amano la guerra, sanno cosa significa per le campagne, e dunque bisogna costringerveli con la forza: nascono così le leve obbligatorie. Nonostante la propaganda nazionalista, sono numerosi i contadini che piuttosto che andare in guerra si danno alla macchia. E quando ci sono disertano oppure si ammutinano, perché non ne vogliono sapere di combattere. Furono parecchie migliaia[6] i soldati italiani fucilati sul fronte austriaco durante la prima guerra mondiale e molti di loro perché, come si diceva allora, “familiarizzavano con il nemico”, contadino come loro. Ma non avevano forse più comunanza di interessi con quel nemico “ fratello” che con i loro comandanti borghesi o con i “pescecani” che sulla guerra facevano fortune favolose fornendo loro scarpe di cartone?[7]

Che senso ha recuperare le comunità di villaggio nel mondo globalizzato di oggi? Se c’è una speranza di salvare le sorti della civilizzazione umana e del pianeta stesso, essa non può prescindere dalla terra. L’agricoltura e la pastorizia hanno subito negli ultimi cent’anni mutamenti radicali nelle forme di gestione e nel peso economico rappresentato nell’economia dei vari paesi, mutamenti nei quali chi ha pagato socialmente sono stati soprattutto i protagonisti, gli agricoltori e i pastori. Molti di loro, nei paesi del sud del mondo, hanno abbandonato o dovuto abbandonare forme di gestione arcaica delle terre e degli armenti, povere, ma comunque libere, per trasformarsi in manodopera semischiavistica per l’economia di piantagione, retaggio dello sfruttamento coloniale e neocoloniale. Altri, nei paesi del nord opulento, o sono stati trasformati in operai dalle diverse rivoluzioni industriali o sono stati emarginati dal processo produttivo agricolo dall’industrializzazione delle campagne[8] che ha messo in crisi il valore dei loro prodotti e la possibilità di produrli. In entrambi i casi la mutazione ha creato moltitudini di disperati: quelli dei paesi poveri cercano con migrazioni pericolose e clandestine di sfuggire a condizioni di sfruttamento disumane[9], quelli dei paesi ricchi sono espulsi dai processi produttivi industriali per i quali avevano abbandonato le campagne oppure devono azzerare le aziende agricole che avevano tenacemente tenuto in piedi. Masse enormi di scontenti, di famiglie che scivolano bruscamente sotto la soglia della povertà, di uomini e donne incattiviti dalla miseria e dall’umiliazione. Una polveriera che può esplodere da un momento all’altro suscitando reazioni cruente da parte degli apparati di potere che non sono più in grado di gestire politicamente e civilmente queste situazioni. E contemporaneamente uno sfilacciarsi progressivo delle istituzioni democratiche che godono sempre meno credibilità e prestigio. Per non dire delle forze politiche o sociali che continuano nei loro narcisismi anche sull’orlo del baratro.[10]

In questo quadro prebellico, la preoccupazione è che qualcuno voglia risolvere la questione proprio con una guerra. Una guerra che sarebbe terribile nelle sue conseguenze, sia perché il potenziale degli armamenti è oggi spropositato, sia perché sono saltati tutti gli schemi classici delle contrapposizioni e finirebbe per essere un lungo conflitto civile permanente. Salterebbero fuori gli scontri di civiltà, le epurazioni etniche, la lotta di classe, gli appetiti imperialistici, le esigenze strategiche, tutte le abominevoli ragioni delle guerre contemporanee. Verrebbe messa sicuramente a rischio la sopravvivenza dell’essere umano sul pianeta.[11]

Rilanciare le comunità di villaggio come forma di convivenza pacifica tra gli uomini non può essere certamente la panacea a tutti questi mali, ne siamo convinti anche noi. Ma nel delirio della competizione contemporanea, nella demolizione sistematica e progressiva del sociale, nella deregolazione dei rapporti economici e nella relativizzazione del diritto a cui stiamo assistendo, crediamo che avere un’idea umanamente positiva da cui partire rappresenti un punto fermo importante nella discussione politica. Un punto fermo che oltretutto non nasce, come molti, dall’effimero del presente, ma ha una storia millenaria e un riferimento concreto assoluto, prioritario nella scala dei valori: la terra. L’idea di convivenza e di mondo che propone la comunità di villaggio è davvero a misura d’uomo, perché l’uomo, in quanto individuo, ne è protagonista indispensabile, anzi, non può non esserlo in quanto gli compete questo ruolo da protagonista, è un impegno che deve assumersi facendo parte della comunità. Ciascuno dei membri partecipanti diventa responsabile di fronte a tutti gli altri, in una sorta di “responsabilità policratica” che vede tutti coinvolti diversamente, ma equamente nella gestione della vita economica e sociale del gruppo. Che non è collettiva, ma condivisa, secondo quei principi di solidarietà, di lavoro e di sobrietà che stanno alla base dell’idea stessa di comunità.

 

E la stella polare di questa gestione condivisa è sempre lei, la terra, che dà l’indicazione e la misura dell’agire, che deve essere improntato ai suoi cicli, alle sue esigenze, cercando di corrispondere alla natura, non di contrastarla, evitando conflitti con essa e per essa.[12] E nel fare questo recuperare quella visione sacra della vita che avevano gli antenati che, ogniqualvolta compivano un gesto di dissacrazione nei confronti di un essere vivente vegetale o animale, lo facevano con il profondo rispetto di chi conosce il valore dell’esistenza e lo limitavano alle effettive esigenze.

Ma l’idea sacra della vita significa anche e soprattutto rispetto di tutti gli uomini, indipendentemente dalla loro condizione economica e sociale, dall’appartenenza etnica e dalla convinzione politica o religiosa. Accettare, dunque, la diversità, considerandola un arricchimento, uno speciale momento di confronto.[13] Essere in grado di risolvere le possibili controversie all’interno del gruppo o fuori di esso con la conciliazione, sapendo che spesso ciò può significare anche un sacrificio da parte nostra. Ma il risultato che avremo ottenuto ristabilendo la pace sarà senz’altro di valore superiore rispetto alla nostra rinuncia.

Noi crediamo che la comunità di villaggio sia il modo naturisticamente più “leggero” di stare sulla Terra e quello umanamente più “intenso” di condividere l’esistenza.

 

[1] Si veda, a proposito dello squilibrio nel godimento delle risorse,  il libro di Gesualdi Francesco, Sobrietà. Dallo spreco di pochi ai diritti per tutti, Feltrinelli, Milano 2005.

[2] Per avere un quadro di come sono stati affrontati storicamente i flussi migratori in Italia: Turchi Gian Piero- Romanelli Michelle, Flussi migratori, comunità e coesione sociale. Nuove sfide per la mediazione, Franco Angeli, Milano 2013. Per una conoscenza più approfondita del comportamento della popolazione straniera nel mercato del lavoro e nelle attività finanziarie: Fondazione Leone Moressa, Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione. Edizione 2013, Il Mulino, Bologna 2013; Ambrosini Maurizio, Richiesti e respinti. L’immigrazione in Italia. Come e perché, Il Saggiatore, Milano 2010. Per avere un’idea del ruolo dei mass media nella fabbricazione dell’immagine negativa degli immigrati: Di Luzio Giulio, Brutti, sporchi e cattivi. L’inganno mediatico sull’immigrazione, Ediesse, Roma 2011. Per conoscere storie di donne e di uomini respinti da un continente intero: Rastello Luca, Le frontiere addosso. Così si deportano i diritti umani, Laterza, Roma-Bari 2010.

[3] Vedi, a questo proposito, Buber Martin, Sentieri in utopia, Edizioni di Comunità, Milano 1967, e, soprattutto, Il principio dialogico e altri saggi, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 1993, in cui l’autore indica come comunità modello la “cooperativa completa”, realizzata storicamente, secondo lui, nel kibbutz israeliano, in cui non si condivide solo il lavoro, ma anche gli aspetti più prosaici della vita di tutti i giorni.

[4] Cfr. Sereni Emilio, Comunità rurali nell’Italia antica, Edizioni Rinascita, Roma 1955; Volpe Gioacchino, Classi e comuni rurali nel medioevo italiano, in Medio Evo italiano, Laterza, Roma-Bari 1992; Slicher Van Bath B. H., Storia agraria dell’Europa occidentale, Einaudi, Torino 1972.

[5] Cfr. Isnenghi Mario, a cura di, Operai e contadini nella Grande guerra, Bologna, Cappelli 1992. Per quel che riguarda il Piemonte: Bosca Donato, Eravamo tutti contadini. Soldati di Langa e di Roero alla Grande Guerra 1915-1918, Priuli e Verlucca, Scarmagno (To) 2006.

[6] Cfr. Forcella Enzo e Monticone Alberto, Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale, Laterza, Bari-Roma 1988.

[7] Cfr. Gadda Carlo Emilio, Lettere agli amici milanesi, a cura di Emma Sassi, Il Saggiatore, Milano 1983. In una lettera dal fronte del settembre 1915, Gadda se la prende con i cosiddetti “pescecani”, i fornitori disonesti che per desiderio di guadagno vendevano allo Stato prodotti scadenti, spesso con la complicità di chi doveva provvedere agli acquisti: “I nostri uomini sono calzati in modo da far pietà: scarpe di cuoio scadente e troppo fresco per l’uso, cucite con filo leggero da abiti anzi che con spago, a macchina anzi che a mano. Dopo due o tre giorni di uso si aprono, si spaccano, si scuciono, i fogli delle suole si distaccano nell’umidità l’uno dall’altro… Quanto delinquono coloro che per frode e per incuria li calzano a questo modo; se ieri avessi avuto innanzi un fabbricante di calzature, l’avrei provocato a una rissa, per finirlo a coltellate…”.

[8] Cfr. Bairoch Paul, Storia economica e sociale del mondo. Vittorie e insuccessi dal XVI secolo a oggi, Einaudi, Torino 1999; Lappè Frances Moore – Collins Joseph, I miti dell’agricoltura industriale. L’industrializzazione dell’agricoltura come causa della fame nel mondo, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 2009.

[9] Si vedano a questo proposito i due bei libri di Dal Lago Alessandro, Non-persone. L’esclusione dei migranti in una società globale,  Feltrinelli, Milano 2008, e di Bales Kevin, I nuovi schiavi, Feltrinelli, Milano 2002,  che racconta come esistano  ancora oggi forme di schiavitù sia nel Sud che nel Nord del mondo.

[10] Cfr. Lasch Christopher, La ribellione delle élite. Il tradimento della democrazia, Feltrinelli, Milano 2001; Crouch Colin, Postdemocrazia, Laterza, Roma-Bari 2002.

[11] Cfr. Leakey Richard – Levin Roger, La sesta estinzione: la vita sulla Terra e il futuro del genere umano, Bollati Boringhieri, Torino 1998.

[12] Cfr. Masullo Andrea, Il pianeta di tutti. Vivere nei limiti perché la Terra abbia un futuro, Emi, Bologna 1998.

[13] Sul tema della diversità e del riconoscimento dell’Altro si vedano in particolare: Panikkar Raimon, Politica e interculturalità, in Reinventare la politica, L’altrapagina, Città di Castello 1995; Ryszard Kapuścińki, L’altro, Feltrinelli, Milano 2001; Jürgen Habermas, L’inclusione dell’altro. Studi di teoria politica, Feltrinelli, Milano 1998.

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